Gradi di difficoltà

FACILE
Adatto a tutti:
attività semplici, senza difficoltà tecniche. Ideale anche per chi ha poca esperienza.
Moderato
Buona abitudine al movimento:
richiede una normale abitudine all’attività fisica all’aria aperta
impegnativo
Per chi è ben allenato:
attività più lunghe o con dislivello significativo. Necessaria buona forma fisica

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Verso lo Stazzo dell’Affogata​

il cammino del silenzio e dello stupore condiviso​
Lo Stazzo dell’Affogata non è solo una meta, ma un varco nella memoria dei pastori e del vento​
Tra i faggi e le nuvole, i nostri passi risvegliano la voce antica della montagna.​

Con un piccolo gruppo di escursionisti inglesi, leggeri nello spirito e curiosi nello sguardo, imboccammo l’antica strada sterrata che si snodava tra le radici di faggi maestosi. La luce filtrava dall’alto in sottili lame d’oro, e il bosco ci accolse con il suo respiro fresco, il profumo umido del sottobosco e un concerto discreto di canti d’uccelli. Ogni passo era un ritorno alla semplicità, un ascolto lento del mondo che si risveglia.

Il sentiero saliva dolcemente, e con esso si apriva il cuore. Dopo un breve zig zag, la faggeta cominciò a diradarsi: il verde si fece più chiaro, e l’orizzonte iniziò a mostrare i primi scorci delle montagne del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Le Mainarde Molisane, i Monti della Meta, il Monte Petroso e il Marsicano apparivano come custodi silenziosi di un regno antico.

Ogni vetta che si svela racconta la misura dell’uomo davanti all’infinito​

Raggiungemmo lo Stazzo dell’Affogata, a 1.869 metri, quando il sole era già alto e il vento portava con sé il profumo delle praterie d’alta quota. Le pietre grigie dello stazzo, levigate dal tempo, parlavano di pastori e greggi, di notti stellate e solitudini serene.
Da lassù, lo sguardo spaziava a 360 gradi: un mare di montagne, di cime che si rincorrevano fino a perdersi nell’azzurro. Tutti noi restammo in silenzio, uniti da un’emozione che non aveva bisogno di parole.

Il sentiero proseguiva poi tra le ampie praterie, dove il vento soffiava come un canto continuo. Attraversammo un secondo stazzo, testimone anch’esso di un tempo in cui la montagna era casa e lavoro. La discesa iniziò dolcemente, e mentre perdevo quota, il panorama si apriva ancora: in fondo alla valle, il Lago di Barrea brillava come uno specchio d’argento incastonato tra le montagne.

La pausa pranzo fu in una radura panoramica, un piccolo paradiso sospeso tra cielo e terra. Seduti sull’erba, con il lago davanti e le vette intorno, condividemmo pane, formaggio e silenzio — un silenzio che non pesava, ma univa. Poi, il cammino riprese tra i tornanti del bosco, dove il sole filtrava tra le foglie come un saluto gentile.
Quando raggiungemmo Villetta Barrea, il viaggio non sembrava finito.

Ogni passo era diventato un ricordo inciso nella memoria, ogni respiro una promessa di ritorno. Avevamo camminato insieme, ma ciascuno portava con sé un frammento diverso di quella montagna: la quiete della faggeta, il respiro del vento sulle vette, lo sguardo eterno dello Stazzo dell’Affogata.

Testo e Foto © Marco Buonocore